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La fabbrica addomesticata.
Il soggiorno della “Maison de Verre”.

di Paolo Crugnola - 20 Dicembre 2004


A prima vista, la “maison de verre” sembra uno spazio industriale riabitato, un vero e proprio “loft” ante litteram, ma non é così.
La dimensione che spicca maggiormente é quella verticale, evidenziata soprattutto dai pilastri, ma anche dalla presenza di altri elementi quali il soppalco e l'enorme libreria a parete posta sul fondo della stanza.
A ben guardare, questo ambiente può essere visto come la risultante di più volumi che qui, nel soggiorno trovano un loro momento di sintesi. Il vuoto, a più altezze, funziona come lo spaccato di un disegno da cui é possibile vedere il funzionamento del meccanismo interno in tutta la sua affascinante complessità.
I dettagli costruttivi sono derivati dalla produzione industriale, ma sono, nel contempo, di una particolare raffinatezza “meccanica” e formale molto ricercata, ad es. nel sistema delle aperture poste a lato della libreria (foto 2).
I pilastri sono semplicemente verniciati e le piastre di raccordo insieme ai bulloni, invece di essere nascoste, vengono esibiti in tutta la loro estetica industriale (foto 1).
Il pavimento, vera novità per quell’epoca, é in gomma con la superficie a bolli, di quella utilizzata nei luoghi soggetti a grande usura (fabbriche, ecc.), un tipo di finitura che diventerà molto popolare soltanto nel secondo dopoguerra.
La libreria é in ferro, realizzata come una scaffalatura da magazzino, più adatta a contenere pezzi di ricambio piuttosto che libri e enciclopedie. I parapetti sono risolti con profilati in ferro, sempre di derivazione industriale, che a tratti si conformano in veri e propri contenitori (foto 3).
Ed infine la vetrata (ma é poi una vetrata?). Di fatto, é una parete costituita da un telaio in ferro con tamponamenti in vetrocemento. Potremmo paragonarla ad un’enorme “plafoniera”, posta a parete invece che a soffitto. Entra la luce, ma non lo sguardo. L’effetto é quello tipico dei luoghi di produzione, con luce diffusa e mai diretta. L’esterno, come nelle fabbriche, é escluso totalmente da questo soggiorno.
Vediamo ora che cosa succede al suo interno.
La visione generale non suggerisce niente di intimo, ne tantomeno di domestico, anzi, la presenza del pianoforte e del cavalletto sembrano piuttosto connotare un’atmosfera più mondana tipo ricevimento o vernissage.
In effetti, con poca fantasia, si può immaginare questo ambiente pieno di gente che, a gruppi, conversa su questo e quel capolavoro pittorico accompagnata dalle divagazioni musicali di un pianista.
L’arredamento é in netto contrasto con l’involucro interno. Due paraventi, possono, in breve tempo, assumere svariate configurazioni secondo quanto la scenografia della serata impone. E in effetti questo soggiorno é una sorta di palcoscenico privato, sul quale si “esibivano” gli amici dei proprietari, i coniugi Delsace.
I protagonisti di queste serate erano un gruppo di intellettuali francesi, tutti accomunati da un vivo interesse per l’arte e la cultura moderna. Rene Herbst, Robert Mallet Stevens, Eileen Gray, Sonia Delaunay, Charlotte Perriand, erano amici oltre che artisti e tutti facenti parte della Union des Artistes Modernes (UAM) fondata nel 1929, il medesimo anno della costruzione della “maison de verre”.
Questa casa diventerà quindi un “salotto” della avanguardia francese e simbolo della modernità in senso lato, anche se questo tipo di modernità sarà ben diverso da quello della contemporanea Bauhaus.
Le realizzazioni che usciranno da questa cerchia di artisti saranno sempre connotate da un’eleganza e raffinatezza difficilmente riscontrabili nelle opere dei loro colleghi tedeschi. Probabilmente, questo fatto é da attribuire ad una tradizione secolare di esecuzione artigianale di altissimo livello alla quale, la Francia, non ha mai potuto e, forse, voluto rinunciare.
Il prodotto moderno francese, con la splendida eccezione di Le Corbusier, non é mai stato pensato per risolvere i problemi dei grandi numeri, ma é rimasto sempre relegato ad una elite che poteva permettersi gli altissimi costi di queste colte e raffinate soluzioni ed anche la “maison de verre” non sfugge a questa logica.
In essa é ben presente il concetto di “macchina per abitare” (lo stesso Le Corbusier visitò più volte il cantiere), ma con la differenza che qui mancano la sperimentazione, la ricerca e la capacité di divenire un “prototipo” per successive lavorazioni in serie o, comunque, a grande scala.
La “maison de verre” é fine a sé stessa, una sorta di set cinematografico, una splendida scenografia nella quale immedesimarsi per “essere e sembrare moderni”.
Gli insegnanti del Bauhaus, i maestri del moderno, volevano cambiare il mondo e la cultura dell’abitare attraverso l’architettura. Il loro obiettivo era la società stessa con i suoi valori e, in questo senso, si esposero di persona mettendo in gioco lavoro e reputazione.
Gli intellettuali che gravitavano intorno alla “maison de verre” erano di un altro genere così come lo era la loro committenza. Questo tipo di clientela, che già tutto possedeva, esigeva un “razionalismo di facciata” che li facesse sentire culturalmente aggiornati e “alla page”.
Ma anche loro stessi, gli architetti, forse, non si sarebbero mai “adattati” a realizzare una “unité d’abitation”, perché questo li avrebbe costretti a confrontarsi con la produzione in serie e, sicuramente, ad abbassare lo standard delle loro realizzazioni. Proprio per tutte queste ragioni, tuttavia, é possibile vedere “l’altra faccia” della modernità, quella ben lontana dalle contingenti e primarie necessità urbane e sociali e attenta, invece, a cogliere le implicazioni più psicologiche e personali che tale concetto portava con sé.
Una nuova razionalità di pensiero che consentiva di arrivare al nocciolo dei problemi senza passare attraverso le appiccicose maglie della storia, il conseguente distacco mentale con cui considerare ex novo se stessi, gli altri e la società in generale, il clima di partecipazione e coinvolgimento per la creazione di una nuova cultura sociale e materiale ed infine, non ultimo, la sensazione di essere fra i pochi fortunati ad aver capito e creduto in questa nuova avventura, essere, cioé, tra le “avanguardie” del moderno. Questo é ciò che animava e caratterizzava l’atmosfera delle riunioni in casa Delsace.
La mancanza di un vero e proprio impegno sociale, non toglie che la produzione di questi architetti non sia degna di nota e talvolta, come nel caso della “maison de verre”, sia divenuta, a ragione, capolavoro e simbolo di un’epoca.
Parlare oggi della Maison de Verre, in un clima culturale in cui é “trendy” abitare uno spazio industriale (il cosiddetto “loft”), é qualcosa che, da un lato, fa un po’ pensare per l’aspetto di “deja vu” della situazione e, dall’altro, rasserena l’animo a coloro che ritengono che la Modernità sia un concetto ancora valido e in parte tutto da scoprire.