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Il lirismo del Razionalismo Italiano

Soggiorno di casa Albini

di Paolo Crugnola - 20 Settembre 2004

A sx Franco Albini
(1902 - 1977)

Foto 1 - Scrivania, ancora oggi prodotta da KNOLL
Foto 2 - Mobile Radio
Foto 3 - Libreria "Veliero" Prod.poggi - Pavia
Foto 4
- Lampada "Mitragliera"
Foto 5 - Tavolino "Cicognino" Prod.poggi - Pavia
Foto 6 - Walter Gropius, soggiorno in una delle due unità abitative all'esposizione del Weissenhof a Stoccarda - 1929

Siamo nel 1940. La seconda guerra mondiale é ormai una realtà tangibile, così come lo sono il Nazismo e il Fascismo. Il Bauhaus é stato chiuso e le sue istanze innovative sono ormai un ricordo. Il mito dell’uomo moderno e della modernità sembrano un sogno sbiadito. La positività, l’ottimismo e la fiducia nel progresso tecnologico che questo ideale portava con sé hanno lasciato il posto all’antisemitismo, all’odio razziale e alla ricerca di un orgoglio nazionale che, attraverso il filtro e l'alibi della storia, possa giustificare la scelta di entrare in guerra. L’Italia é stata moderna e razionale solo per una breve stagione. Inizialmente appoggiata da un regime fascista, alla ricerca di una propria legittimazione storica e culturale, l’idea “moderna” é stata progressivamente abbandonata e quindi apertamente osteggiata in quanto la sua concezione razionale (potremmo quasi dire “biologica”) dell’umanità mal si accordava con la ricerca di una “romanità” e “classicità” con le quali riempire la vuota e ingombrante presenza del nuovo regime. Protetta da questo alone, l’architettura italiana si orienterà sempre più verso un monumentalismo astratto e facilmente riconoscibile che, al pari di un linguaggio internazionale, caratterizzerà non solo l’Italia, ma tutte le dittature di questo periodo. Le occasioni professionali per la sparuta schiera dei razionalisti italiani si faranno sempre più rare e l’architettura d’interni, forse per la sua peculiarità di non apparire esternamente, rappresenterà un ambito in cui esprimere il proprio sapere senza, con ciò, sembrare ideologicamente pericolosi.
Questo interno é la casa di un architetto, il suo soggiorno. La guerra é fuori, ma i suoi echi, anche se smorzati, approdano comunque entro le mura domestiche. Il rumore degli stormi di aerei, i titoli e le immagini dei quotidiani, i discorsi del duce (attraverso la radio), sono tutti messaggi che, con il loro carico di irrazionalità, arrivano a turbare la manifesta “razionalità” di questa stanza. Il conflitto é stridente e fa pensare. Fuori, il mondo sta cambiando mentre qua dentro permane una calma olimpica ed astratta, quasi irreale. Ma, a ben pensarci, il dramma é anche qui dentro così come lo é fuori, anche se i modi sono differenti. Così come, all’approssimarsi di un uragano, si cerca di salvare le cose più importanti ed essenziali, allo stesso modo, anche qui, si tenta di difendere qualcosa d’importante. Si tratta di “valori”, i valori di una modernità che attende il momento giusto e propizio per uscire da questa stanza e divenire regola, e non più deroga, alla quotidianità. Vediamo ora di dipanare la trama di questo racconto.
La prima cosa che colpisce é la luce. Essa invade tutto l’ambiente e, annullando spigoli e limiti delle superfici, fa diventare pareti e soffitto una cosa sola. Gli arredi sembrano fluttuare in una sorta di vuoto asettico e l’assenza di decorazione concorre ad accentuare questa sensazione. Le tende lasciano penetrare la luce, ma sfumano i contorni delle finestre creando un’atmosfera “sospesa” e irreale. I quadri sono senza cornice e sembrano staccarsi dalla parete alla quale sono appesi. Uno é addirittura messo in mezzo alla stanza su un sostegno sottile e bianco che sparisce, bianco nel bianco, nell’ambiente circostante. Gli oggetti non hanno mediazione con lo spazio che li accoglie ed il loro contenuto arriva in maniera diretta e percepito senza alcuna “presentazione”. Tutto ciò che sostiene perde di consistenza e svanisce oppure, se interessante o significativo, viene esibito al pari di un’opera d’arte. Così, dopo i quadri, troviamo un tavolino e una scrivania (foto 1) che magicamente spariscono proprio nel momento in cui devono svolgere la loro funzione di sostenere e i cui sostegni, invece, esibiscono la propria bianca presenza. Bianca come lo spazio, bianca come la luce che avvolge tutto l’ambiente. Spazio e luce, questi solamente sono gli elementi costruttivi e costitutivi di questo interno. Questo modo di raccontare raggiunge il proprio apice in due oggetti: il mobile radio (foto 2) e la libreria (foto 3). Nel primo, due lastre di vetro sorreggono il meccanismo di una radio lasciato completamente a vista. Nel secondo, due montanti in legno sostengono, come l’alberatura di un veliero, un sistema in tensione di sottili cavi in acciaio al quale si appoggiano delle invisibili lastre di vetro che fungono da ripiani per i libri. Il mobile radio é l’oggetto più sconcertante. I suoni, voci e musica, sembrano uscire dal nulla e se non fosse per il cavo dell’alimentazione, che riporta l’oggetto ad una sua domesticità, l’effetto di spaesamento sarebbe totale. La libreria, il famoso “Veliero”, esibisce una tecnologia tradizionale (quella della velatura) e, nel contempo, estremamente moderna (la tensostruttura). L’arredamento é completato da due lampade da terra e da un divano con due poltrone. La lampada é la “Mitragliera” (foto 4), un oggetto che, al pari del “Cicognino” (foto 5), evidenzia uno stretto e provocatorio legame fra nome e funzione. Non dimentichiamoci che siamo in piena seconda guerra mondiale e la presenza delle armi é qualcosa di ben tangibile. La poltrona é invece una rivisitazione della tipologia Bergere, la classica poltrona “con le orecchie”, che quì vede messa a nudo la propria struttura portante rivelando una netta separazione, come altri oggetti nella stanza, fra ciò che sostiene e ciò che viene sostenuto.
Difficilmente é dato di riscontrare un’architettura che esprima le caratteristiche del “moderno” in modi così espliciti e, nel contempo, raffinati. La cosiddetta “neue sachlicheit”, la neutralità, l’oggettività nei confronti dei contenuti dell’abitare e dei suoi meccanismi, trova finalmente una sua matura realizzazione. Ma non si tratta di quella razionalità esasperata degli interni anni ‘30, delle esposizioni del Deutcher Werkbund di Gropius & C. (foto 6) che, sì, soddisfaceva, senza sprechi, la natura biologica dell’uomo e le sue primarie necessità, ma che contemporaneamente spaventava per la sua sostanziale “miseria”, visiva ed espressiva. Qui, le stesse cose sono raccontate con maggiore lirismo oppure con ironia, qui c’é “poesia” e raffinata intelligenza.
Sarà proprio questo distacco intellettuale, diffuso un po’ in tutto il Razionalismo Italiano, ma tipico in Franco Albini, a fare la differenza con i capiscuola tedeschi e a tracciare la trama di un percorso che, a guerra ultimata, porrà le basi del superamento dello stesso Movimento Moderno.